Jean Todt è stato il direttore d’orchestra della Ferrari del dominio di Michael Schumacher. La loro è stata una delle partnership sportive, tecniche e umane più emblematiche della F1, con 5 titoli Piloti e 6 Costruttori conquistati insieme. Ma soprattutto un rapporto personale tra l’ex Team Principal francese e il pilota tedesco che ha varcato i confini della pista. Uno dei pochi custodi del vero Schumacher, quello oltre la maschera di ghiaccio odiata da buona parte del pubblico generalista che preferisce personaggi funambolici e devoti alle telecamere – sacrificando però la loro autenticità –, Todt ha deciso recentemente di raccontare diversi aneddoti su Michael al podcast High Performance. Eccone alcuni riguardanti la sua umanità, nel bene e nel male.
Il prezzo della perfezione della Ferrari di Jean Todt: “Forse non ci siamo mai goduti i nostri risultati”
Il binomio Todt-Schumacher in Ferrari ha fatto la storia. Ha ridefinito non soltanto il modo d’intendere un team nella massima categoria a ruote scoperte, ma nell’intero panorama sportivo mondiale. Competenza tecnica ed esecutiva unita al cameratismo: un mix umano e agonistico che si ottiene raramente, ma quando ciò accade è micidiale. Tutto questo attorno a una figura come quella di Michael che a tanti per anni è apparsa inscalfibile, quasi robotica, spesso suscitando fortissima antipatia. In realtà essa era solo una maschera per nascondere un uomo timido e dalla spiccata sensibilità, già allora lontano da diversi archetipi della mascolinità tossica. Ma che al tempo stesso non tollerava che nessuno, in primis lui stesso, non fosse capace di dare il massimo.
Così Jean lo definisce ai microfoni del podcast diretto da Jake Humphrey e Damian Hughes:
“È un essere umano abbastanza fragile. Non è il tipico [uomo ndr] dalla voce grossa.”
Inoltre il francese racconta come Schumi fosse talmente perfezionista che il suo iconico dominio gli faceva dubitare delle sue capacità anziché esaltarlo. Questo emerse in particolare durante un test prestagionale a Fiorano in cui pretese di girare per vedere se non aveva perso il suo leggendario manico e non fosse tutto merito della sua Ferrari:
“Lui disse: ‘Potreste darmi mezza giornata dove possa fare qualche test per assicurarmi che io vada ancora bene?’. Io penso che sia un gran punto di forza non essere sicuri di rendere bene.”
Una ricerca della perfezione quella del tedesco che contagiava tutta la squadra, mantenendola umile persino durante la sua “tirannide”.
Che però è arrivata a costo del godimento stesso delle vittorie e dei mondiali:
“Sapete, non penso che nessuno di noi abbia mai pensato di essere bravo. Avevamo sempre paura di non essere buoni abbastanza. In una maniera un po’ dolorosa, e per questo forse non ci siamo mai goduti i [nostri ndr] risultati quanto avremmo dovuto.”

L’umanità di Schumacher in tutto, anche nel male
Così come le ombre della sua carriera: le sue scorrettezze a Jerez 1997 e Monaco 2006, così come la sua polemica in Austria 2002 con Rubens Barrichello che per un team order lo lasciò platealmente passare sul traguardo. Cosa che, in realtà era un patto pre-gara che il brasiliano non aveva rispettato, e in realtà Jean Todt gli aveva solo ricordato.
Riguardo alle prime due, l’ex presidente della FIA ha dichiarato una cosa che avrà sicuramente lasciato molti di stucco: Schumacher era pessimo a barare. In uno sport come la F1 in cui le scorrettezze effettivamente le commettono quasi tutti i piloti, spesso in maniera furba e velata, il solitamente perfezionista e metodico 57enne di Kerpen invece non sapeva proprio nasconderle. E quando la “bestia” prendeva il sopravvento lo faceva senza calcoli, apparendo come il più scorretto in circolazione quando non era così.
Todt su Jerez 1997 dice:
“Michael non sapeva barare. Lo ha fatto, da quel che so io, due volte, ma lo fece male. Insomma, poteva farlo facilmente, era davanti a Villeneuve in partenza. Abbiamo avuto esempi in due anni di fila con Senna e Prost, quindi avrebbe dovuto solo frenare un pochino più tardi o qualcosa che avrebbe potuto fare al via. Lui ha deciso di farlo a 10 giri dalla fine [furono 21 in realtà ndr].
“Avvenne solo per emozione, per questo quando si giudica uno in azione bisogna essere veramente indulgenti. È facile dire ‘devi fare questo, devi fare quello’, ma quando sei in pista dobbiamo capire che il tuo cervello reagisce in maniera diversa. E quindi ha capito che stava per perdere il campionato, perché avrebbe dovuto finire davanti a Villeneuve. Ha provato ad evitarlo, ha provato a farlo nella maniera sbagliata e aveva bisogno di supporto. È stata una scorrettezza, non necessaria.”
Todt ha ribadito che quelle manovre sporche sono costate a Michael due titoli. Non ha cercato giustificazioni per il suo comportamento, che ha riconosciuto come pessimo. È semplicemente il lato oscuro di uno sportivo che altrimenti avrebbe rasentato la perfezione. Nella sua fragile, insicura umanità che lo spingeva a superare i suoi limiti.

Perché la testimonianza di Todt è importante
La testimonianza di Jean Todt ancora una volta ricorda a tutti che la grandezza ha un prezzo. Non si nasconde dietro a slogan o alla nostalgia: Michael Schumacher non era sempre infallibile e spesso si svalutava nella sua disperata ricerca della perfezione. A volte era scorretto, e ha pagato. Ma come team leader e umanamente il tedesco era un vero esempio, dando la forza ai suoi compagni d’armi in ogni momento.
Per chi pretende che gli sportivi abbiano sempre un comportamento impeccabile dentro la pista o il campo da gioco Schumi è intollerabile. Nella mentalità comune gli “sgarri” li si possono concedere nella vita privata. Se qualcuno porta i risultati e soprattutto dà l’immagine di un atleta pulito gli si perdona che poi tratti male chi gli sta attorno o si lasci andare a comportamenti poco edificanti.
Invece, come sottolinea Todt, il Kaiser era esattamente l’opposto: fragile, sporco, imperfetto. Difetti che però sfoggiava solo quando partiva il killer instinct, e invece tra i suoi cari era umile e sincero, riconoscendo i suoi errori. Ciò che ancora oggi lo rende amato e odiato, senza vie di mezzo.
Forse è proprio per questo che ancora oggi tiene banco. Un personaggio d’altri tempi, molto più affascinante degli atleti totalmente costruiti dalle PR di oggi. Per quanto possano battere i suoi record, il tedesco non sarà mai dimenticato grazie alla sua unicità. Non voleva assolutamente apparire puro e candido al mondo, un cavaliere senza macchia e senza paura – che non esistono, tra l’altro –. Non ci avrebbe guadagnato nulla, da uomo disinteressato ai salottini e ai red carpet.
Semplicemente era e resta Michael Schumacher, che piaccia o no. E Jean Todt gli vuole ancora adesso bene proprio per questo.
Fonte immagine di copertina: profilo X personale di Michael Schumacher


