Rush, tra realtà e finzione: la scommessa di Ron Howard
Quando uscì al cinema nel 2013, Rush fu universalmente acclamato dagli appassionati del cinema per la sua regia e colonne sonore. La mano di Ron Howard, le musiche di Hans Zimmer e le grandissime interpretazioni di Chris Hemsworth nei panni di James Hunt e Daniel Bruhl in quelli di Niki Lauda hanno reso questa pellicola celebre tra gli appassionati del genere sportivo e non solo. Ma al tempo stesso tanti non hanno gradito le licenze creative di Howard, come il rapporto tra Hunt e Lauda – più antagonistico della realtà –. Nulla da stupirsi, l’approccio del noto regista è stato questo sin dai tempi di A Beautiful Mind.
Ma è forse con Rush che è avvenuto il vero punto di rottura, dove persino i “puristi” della F1 si sono divisi tra chi ammetteva la bontà della pellicola a discapito di qualche incongruenza e chi invece pretendeva un’aderenza totale alla realtà. E sebbene questi ultimi siano una minoranza a conti fatti, essa rimane decisamente rumorosa, tanto da far nascere questo dibattito. Tutto questo ignorando persino gli elogi fatti dal vero Lauda – che ha aiutato Bruhl ad immergersi nel suo personaggio – e altri piloti reali. Senza contare che al film partecipò persino Jochen Mass nei panni di se stesso nelle scene di guida. Più lealisti del re insomma, anche quando l’opera per metà “di fantasia” ha larghissimo successo tra i diretti interessati.

Perché il “biopic con licenze creative” è una formula vincente
A volte la realtà, ahimè, risulta noiosa. Questa è l’amara verità, pure se si parla di ambiti e fatti che ci appassionano. Del resto il film Star Wars Episodio I – La minaccia fantasma è l’emblema di quanto una vicenda perda consistenza se ci si fissa sui tecnicismi. Così è in una pellicola sulla F1, dove di certo una formula “ignorante” come in quella recente con protagonista Brad Pitt stona decisamente. Ma al tempo stesso non si può trasformare in un trattato di due ore sui processi di ricerca e sviluppo delle vetture, o un report di una riunione team-FIA. Anche se una miniserie tv fatta bene sugli intrighi politici del Circus stile House of Cards non sarebbe una cattiva idea, detto tra noi.
Ron Howard con Rush ha consolidato il suo modello a metà tra realtà e fiction, mischiandole in maniera organica senza che l’una fagociti l’altra. E non è forse un caso che da quel momento tanti biopic, specialmente sportivi, abbiano ricalcato “casualmente” quella formula. Eventi romanzati in un contesto storico riprodotto nei minimi dettagli, che faccia in primis “immergere” lo spettatore in quegli anni. Col genere automobilistico si è visto in Ford v. Ferrari – in Italia uscito col titolo Le Mans ’66 – La grande sfida –, forse superiore allo stesso Rush, e anche al di fuori dello sport con Bohemian Rhapsody e Rocketman, rispettivamente le storie dei celebri cantanti Freddie Mercury ed Elton John.
Un tipo di narrazione che, visti i grandi risultati di tanti di questi titoli, evidentemente piace al pubblico. Né troppo pesante né superficiale, un bilanciamento ideale tra realtà storica e intrattenimento che ormai è parte integrante del genere.

“Michael”: la vittoria del “modello Rush” al cinema col Re del Pop
Nell’aprile scorso nelle sale è uscito Michael, biopic dedicato all’artista musicale Michael Jackson. Diretto da Anthony Fuqua e con interprete principale nientemeno che Jaafar Jackson, reale nipote del cantante, il film racconta l’ascesa del Re del Pop dalla sua infanzia a Gary fino ad arrivare alla sua rottura coi Jackson 5 e col tirannico padre padrone Joseph, dando il via alla sua celebre quanto discussa carriera da solista. La formula è la stessa di Rush: eventi a metà tra realtà e fiction immersi in un contesto temporale fedele agli anni Settanta e Ottanta. E per quanto finisca come Bohemian Rhapsody spesso nell’agiografico – anche se affronta aspetti scomodi come le violenze paterne subite da Jackson – il film ha colpito profondamente i fan e anche i – non tutti però – familiari del cantante. Specialmente la madre Katherine, che ha definito il bisnipote Jaafar uguale nell’aspetto e nelle movenze al suo defunto figlio.

Certo, parte della critica ha attaccato Michael per la sua mancanza di dettagli chiave – anche cavalcando l’onda dell’indignazione popolare delle nuove accuse alla popstar –. Ma a livello tecnico e registico è indubbio che la pellicola in sé funzioni, così come se letta in un’ottica “alla Rush”. Nemmeno Ron Howard, pur rappresentando lo spirito libertino di James Hunt, si è soffermato molto sui suoi vizi peggiori come la droga, accennandoli appena.
Dalla F1 a Michael Jackson: un modello di cinema che, puntando sulla plausibilità della libera interpretazione, da 13 anni caratterizza i biopic. E per quanto si possa giustamente obiettare che non raccontino la verità al 100%, alla fine è qualcosa che funziona. In fondo su film ambientati in epoche storiche diverse spesso si prendono molte più licenze poetiche, e quasi nessuno si lamenta di ciò.
Fonte immagine di copertina: Rush Movie via X


